Archivi locali e ricerca storica
L'archivio storico di Montemurlo
Ricerca delle unità archivistiche
PREMESSA - Archivi locali e ricerca storica
Un ammasso di carte polverose, abbandonate all'umido di uno scantinato
o in soffitta all'insidia della pioggia e dei topi; una quantità di materiale
esposto all'incuria o addirittura considerato ingombrante, la cui conservazione
si continua a tollerare a mala pena nella ristrettezza degli spazi: è questa,
purtroppo, l'immagine o la concezione che non tanto e non solo l'uomo qualunque
ma anche il proprietario — privato o pubblico — ha spesso delle proprie
carte d'archivio. A causa di queste forme di dispregio dei vecchi documenti
numerosi archivi di famiglie, di imprese, di associazioni, di comuni, sono
andati irrimediabilmente perduti o comunque ci sono giunti gravemente danneggiati
e lacunosi. Eppure la dignità umana avverte come bisogno primario anche
quello di conservare un'immagine di sé, di trasmettere ai posteri un qualche
riflesso della propria personalità singola e collettiva, delle proprie azioni.
Ciascuno di noi è inserito — lo voglia o no — in una "tradizione", in qualcosa
che gli è tramandato e costituisce il fondamento del suo presente[1].
Disinteressandosi o ignorando le carte d'archivio, insomma, l'uomo rinnega
sé stesso, la sua immagine storica. In modo spontaneo ma con tutta evidenza
erano questi i pensieri che si fissavano nella mente durante una pausa del
lavoro di ordinamento del materiale documentario di un archivio locale come
quello del comune di Montemurlo. Ed erano queste medesime riflessioni che
riuscivano a vincere il senso naturale di noia e di meccanicità del mestiere
d'archivista e a far sopportare con pazienza il fastidio della polvere o
la fatica fisica di spostare pesanti registri o buste di documenti. L'importanza
del riordinamento di antiche carte d archivio consiste principalmente nella
possibilità creativa di ricostruire, anche se in modo frammentario, il passato,
di recuperare una perduta continuità storica. Tale riconquista del passato
è sempre tuttavia mediata, sul piano della ricerca documentaria, da specifiche
strutture archivistiche. Ogni documento infatti ci giunge per mezzo ed insieme
con l'archivio che lo comprende, talché risulta impossibile separare del
tutto documento ed archivio, contenuto e contenente. Mentre il documento
resta un oggetto materialmente definito anche se aperto a molteplici interpretazioni,
l'archivio — per quanto assuma originariamente una fisionomia e struttura
particolare — muta di fatto le possibilità della sua organizzazione interna
a seconda dei bisogni di chi produce quei documenti. Se dunque non sempre
risulta verificabile uno strettissimo vincolo sostanziale fra produttore
e assetto dell'archivio, certamente non si potrà negare l'esistenza di un
vincolo funzionale che lega queste due realtà secondo relazioni di volta
in volta definite[2].
Da queste premesse discende la problematicità dell'ordinamento archivistico,
ossia la ricerca di metodi adeguati sia per rispondere alle esigenze derivanti
dalla natura dell'archivio quale entità organicamente strutturata che per
soddisfare i connessi bisogni pratici della conservazione e del reperimento
razionale del materiale. Si comprende allora come ogni operazione di ordinamento
archivistico presenti caratteri peculiari e sia storicamente datata, poiché
si attua all'interno di una fase determinata della problematica storiografica.
Gli studi storici esercitano un indubbio influsso sul lavoro d'inventariazione,
se non altro perché accordano la preferenza ad un certo tipo di archivi
o a talune serie archivistiche; oppure perché, più profondamente, lo stato
delle conoscenze storiche sulle istituzioni del passato condiziona i metodi
ed i contenuti del processo d'inventariazione. Ma è anche vero che il lavoro
archivistico può divenire uno stimolo per l'indagine storica, nel senso
che la predisposizione di nuovi strumenti di ricerca e di verifica delle
fonti archivistiche invoglia lo storico a progettare indagini su nuovi settori,
magari fino allora trascurati. Forse proprio in ragione di questo mancato
connubio tra archivistica e storiografica — e più in generale fra archivistica
e scienze umane — gli archivi locali non hanno attirato nel passato sufficiente
interesse. Uno dei maggiori studiosi dell'archivistica italiana appuntando
la sua attenzione sugli archivi dei comuni ha scritto di recente che essi
rimangono ancora "quasi del tutto sconosciuti". Andando alla ricerca delle
cause di un tale stato di cose, Arnaldo d'Addario ha posto in risalto due
motivi principali. Prima di tutto il fatto che "la ricerca storica ha considerato
con scarsa attenzione questo materiale documentario"; in secondo luogo l'infelice
sorte che queste carte hanno spesso avuto per quanto riguarda la loro conservazione
materiale[3].
A questi due motivi, saremmo tentati d'aggiungere un terzo che per certi
aspetti sembra preminente rispetto agli altri: la mancanza di strutture
che permettano agli archivi comunali di diventare facilmente e sistematicamente
consultabili. Molto spesso accade, infatti che le curiosità archivistiche
e le esigenze scientifiche degli studiosi siano stroncate sul nascere dalla
considerazione delle difficoltà e delle lungaggini che la consultazione
degli archivi locali in genere comportano. Viene in mente quanto scriveva
Marc Bloch sulle due principali cause che impediscono alle società di "organizzare
razionalmente, con la loro memoria, la loro conoscenza di se": "la negligenza,
che smarrisce i documenti, e l'ancor peggior mania del segreto... che li
nasconde e li distrugge"[4].
Se non la mania del segreto, certo la gelosia dei propri documenti — spesso
considerati alla stregua di intoccabili "pezzi da museo" — sommata ad altri
fattori quali la mancanza di ordinamento delle carte, la carenza di locali
e di personale idoneo che ne permettano la conservazione e la consultazione,
rendono la conoscenza dei documenti di un archivio locale — anche pubblico
— un'impresa ardua ed eccezionale, quasi un "favore" che il proprietario
dell'archivio concede in via straordinaria a chi ne fa richiesta. E solo
cercando di sanare queste gravi carenze delle strutture archivistiche locali
che si potrà avviare anche nei comuni un importante processo di valorizzazione
del materiale documentario e operare così quel salto qualitativo sul piano
della cosiddetta politica culturale che trasformi, come suggestivamente
è stato scritto, questi archivi "da necropoli a laboratori"[5].
Altrimenti anche l'impresa, pur così lodevole e necessaria, dell'ordinamento
degli archivi e della conseguente pubblicazione di inventari, finirà inevitabilmente
per rimanere un'operazione contingente che relega le carte d'archivio fra
i reperti del passato, sancendo ancora una volta il significato amministrativo
e non eminentemente culturale che si attribuisce al patrimonio documentario.
Come è stato osservato dal d'Addario già trent'anni fa, le vicende storiche
dell'archivistica confermano che "non finalità pratiche possono sollecitare
l'ordinamento delle carte più antiche, ma la consapevolezza del valore dei
documenti come fonti di una storia studiata e sentita nella sua dignità"[6].
Per giungere ad una corretta valorizzazione degli archivi storici, oltre
l'acquisizione del loro valore specifico e irripetibile[7],
non sarà meno indispensabile il superamento della concezione piuttosto diffusa,
che confonde l'importanza di un archivio con la presenza in esso di "pezzi
celebri". C'è da chiedersi, infatti, se 1 incuria diffusa nei confronti
degli archivi cosiddetti minori così come i processi di depauperamento di
materiale che essi subiscono non derivino, in ultima istanza, da una concezione
che misconosce la caratteristica peculiare dell'archivio, e cioè l'organicità
delle serie documentarie ed il complesso omogeneo di documentazione che
esso fornisce a chi vuole interrogare il passato[8].
E' interessante notare a questo riguardo che la riflessione sui metodi delle
scienze storiche ha da tempo modificato profondamente la concezione positivistica
del documento inteso semplicemente quale utile accessorio per le teorie
dello storico[9] e vada impegnandosi verso una
rivalutazione di ciò che rimane implicito nella definizione stessa di archivio.
Come ha scritto Michel Foucault, "la storia ha cambiato posizione nei confronti
del documento: come compito principale s'impone non quello di interpretarlo
non quello di determinare se dice la verità e quale sia il suo valore espressivo,
ma quello di lavorarlo dall'interno e di elaborarlo: lo organizza, lo seziona,
lo distribuisce, lo ordina, lo suddivide in livelli, stabilisce delle serie...
definisce delle unità, descrive delle relazioni"[10].
L'elaborazione di una metodologia che si concentra sulle funzioni storicamente
quantificabili (prezzi, salari, demografìa, cicli economici, ecc.) e ne
studia le persistenze e le modificazioni durante periodi più o meno lunghi
ha condotto gli storici a dedicare maggior attenzione alle serie documentarie
piuttosto che a documenti singoli di natura disomogenea[11].
Tuttavia l'indirizzo storiografico che postula in modo diretto la valorizzazione
degli archivi storici minori è indubbiamente quello della storia locale.
Il crescente interesse degli storici verso questa tematica ha suscitato,
è noto, un ampio dibattito in Italia e all'estero che ne ha investito i
metodi e le finalità, i risultati e le prospettive[12].
È stato giustamente osservato che gli elementi che differenziano la storia
locale dalla storia tout court sono individuabili in "una minore ampiezza
di respiro storiografico", in "una più limitata o meno aggiornata problematicità"
o finanche in "una certa sprovvedutezza tecnica"[13].
Ciò significa che la storia locale viene valutata in termini negativi non
tanto per una sua intrinseca insufficienza o per la ristrettezza del suo
ambito geografico, quanto "per il modo in cui tale indagine è condotta,
per il tipo di problemi a cui si riferisce, per la qualità e l'attendibilità
dei risultati"[14].
Una volta chiarito l'assunto che lo storico locale deve essere storico a
tutti gli effetti, è significativo che Giorgio Chittolini, nel tracciare
alcune ipotesi per il futuro, abbia creduto doveroso richiamare l'attenzione
sul "problema preliminare degli strumenti che facilitino la conoscenza dei
documenti e delle fonti su cui condurre la ricerca"[15].
In questo senso la predisposizione e la divulgazione di inventari di fonti
e di archivi potrebbero rappresentare uno dei maggiori e più duraturi contributi
della storia locale. Offrire dati precisi circa la consistenza e le tipologie
della documentazione esistente negli archivi di un determinato ambito storico-geografico
costituisce, infatti, la premessa indispensabile di ogni valido programma
di ricerca storica[16].
Se la pubblicazione di inventari degli archivi locali trova una finalità
generale nel quadro della programmazione della ricerca scientifica, ciò
non toglie che conservi a pieno titolo il suo valore primario per le comunità
locali[17].
Non di rado è proprio un vivo senso dell'impegno civile e culturale, nonché
la consapevolezza della gravita dei problemi attuali, a suscitare il desiderio
di un recupero della memoria collettiva e l'esigenza di attingere i valori
più autentici del passato. Nelle società industriali, ove si fanno meno
pressanti i problemi della sopravvivenza e vanno emergendo drammaticamente
quelli connessi al mondo dei significati e dei valori, sembra indispensabile
che lo Stato e le altre istituzioni pubbliche favoriscano una crescita dei
servizi culturali particolarmente per le nuove generazioni, dove più acuto
rimane il problema della continuità col passato e dell'incontro tra mentalità
diverse. Rivitalizzare le testimonianze del passato per mezzo dell'ordinamento
archivistico e del loro accesso al pubblico significa compiere un evento
culturale, poiché in tal modo i documenti cessano di essere dei semplici
oggetti per acquistare significati, divenire simboli che permettono di penetrare
aspetti nuovi della cultura e della vita storica delle comunità. Nè si dica
che simile operazione esprime lo spirito antiquario di chi desidera raccogliere
e conservare tesori dei tempi andati. Come afferma Ernst Cassirer, "ogni
nuova comprensione del passato apre contemporaneamente una nuova prospettiva
sul futuro, la quale a sua volta si traduce in un impulso per la vita intellettuale
e sociale"[18].
Sul piano archivistico, poi, la divulgazione degl'inventari si rende indispensabile
per delineare una mappa esauriente della dislocazione del materiale documentario
nell'ambito dei diversi archivi locali. In conseguenza delle numerose modificazioni
delle strutture ecclesiastiche, amministrative, e giudiziarie verificatesi
nel passato, ci troviamo infatti quasi costantemente nella necessità di
ricostruire il materiale documentario relativo ad una singola comunità mediante
una ricerca sistematica negli archivi di uffici, enti e magistrature periferiche
e centrali che in tempi diversi hanno esercitato gradi e generi differenti
di giurisdizione su quella comunità o su determinate sue istituzioni[19].
Riflettendo sulla molteplicità delle funzioni (amministrative, culturali,
didattiche, ecc.) che gli archivi storici locali vengono via via assumendo,
non è azzardato ritenere che essi possano divenire un fondamentale strumento
di aggregazione, di creazione e di sviluppo della cultura locale, in un
rapporto di mutua complementarità con le altre strutture di promozione culturale
esistenti nel territorio (biblioteche, musei, ecc.)[20].
Ciò è naturalmente legato alla capacità degli operatori culturali di elaborare
— sulla base delle sollecitazioni critiche della realtà contemporanea —
programmi organici di ricerca e adeguate ipotesi realizzative per una corretta
valorizzazione del patrimonio documentario[21].
Nel frattempo l'istituzione degli archivi storici locali rappresenta una
precisa scelta culturale che privilegia la creazione di strutture permanenti
di contro a quell'effimero a cui tende una certa "politica culturale", che
non sembra preoccuparsi abbastanza di tornire le condizioni e gli strumenti
adatti per stimolare esperienze e tradizioni di cultura vicine alla vita
ed ai problemi degli uomini. Si spera che in tal modo gli archivi storici
locali non rimangano patrimonio elettivo di pochi eruditi e studiosi di
professione, ma vengano aperti — attraverso efficaci mediazioni culturali
— a strati sociali più larghi: solo allora cominceranno ad essere strumenti
di autentica educazione umana e civile e non mèri reperti archeologici di
un passato che non vive più nelle coscienze.
Migliana, luglio 1984
CARLO FANTAPPIÈ
